Sant’Anna

Il Culto Di Anna

Il 26 luglio si celebra Sant’Anna, madre della beata Vergine Maria. 

Le vicende legate alla vita della Santa non sono riportate nei testi biblici canonici; scarne notizie si desumono dai racconti dell’infanzia di Maria raccolti nei Vangeli apocrifi, il più antico Protovangelo di Giacomo del II secolo e il Vangelo dello pseudo-Matteo.

I dettagli agiografici si arricchiscono poi nel corso dei secoli. 

Il culto della Santa affonda le sue radici nella Chiesa orientale delle origini. Si diffonde ampiamente nell’VIII secolo; a Costantinopoli Giustiniano aveva edificato una chiesa in suo onore.

L’affermazione del culto in Occidente è graduale e più tarda nel tempo. L’immagine di Sant’Anna si trova già tra i mosaici dell’arco trionfale di S. Maria Maggiore e tra gli affreschi di S. Maria Antiqua a Roma, ma il suo culto si sviluppa verso il X secolo fino a raggiungere la massima diffusione nel XV secolo. 

Le tre Sante Madri, Anonimo romano, VIII- IX sec. Santa Maria Antiqua, Roma (da sinistra: Sant’Anna con Maria bambina, la Vergine con il Bambino, Santa Elisabetta con San Giovannino)

Nel 1481 Papa Sisto IV introduce la festa di Sant’Anna nel Breviario Romano, fissando la data della memoria liturgica al 26 luglio, tramandata come giorno della morte.

Papa Gregorio XIII decide nel 1584 di inserire la sua celebrazione nel Messale Romano, estendendola a tutta la Chiesa.

A partire dal 1500 la memoria di San Gioacchino, sposo di Anna, viene più volte spostata, e solo con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, nel 1969, i genitori di Maria vengono “ricongiunti” in un’unica celebrazione. 

Il 31 gennaio 2021 Papa Francesco al termine dell’Angelus annuncia l’istituzione della Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, da celebrare la quarta domenica di luglio, in prossimità della festa dei nonni di Gesù, per ricordare il dono della vecchiaia e celebrare coloro i quali tramandano la fede alle generazioni successive.

Anna e Gioacchino

Anna e Gioacchino, suo sposo, erano avanti con gli anni e non avevano figli. 

Non generare prole è per gli ebrei dell’epoca segno della mancanza della benedizione di Dio; perciò, un giorno, nel portare le offerte al Tempio, Gioacchino viene considerato indegno di presentare i suoi doni. Umiliato e sconvolto, decide di ritirarsi nel deserto e per quaranta giorni e quaranta notti implora Dio, fra lacrime e digiuni, di dargli una discendenza. Anche Anna trascorre giorni in preghiera chiedendo a Dio la grazia della maternità.

Un giorno, mentre Gioacchino è al lavoro nei campi, gli appare un angelo per annunciargli la nascita di un figlio, ed anche Anna ha la stessa visione.

L’incontro sulla porta di casa fra i due sposi, dopo l’annuncio, si arricchisce di dettagli leggendari. 

Ampia è l’iconografia del bacio che si sarebbero scambiati dinanzi alla porta Aurea di Gerusalemme, porta attraverso la quale Gesù avrebbe fatto il suo ingresso nella Città Santa la Domenica delle Palme.

Anna e Gioacchino chiamano la loro bambina Maria, che vuol dire amata da Dio.

Sant’Anna è invocata come protettrice delle donne incinte, che a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare; è patrona di molti mestieri legati alle sue funzioni di madre, tra cui i lavandai e le ricamatrici.

Sant’Anna nell’arte

Giotto, Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro, Padova, Cappella degli Scrovegni, particolare

Raffigurata nell’arte bizantina sin dall’alto Medioevo, la sua fortuna iconografica trova grande  diffusione in Occidente a partire dal XIII secolo, in concomitanza con lo sviluppo del culto mariano. 

I cicli dedicati all’infanzia della Vergine Maria includono spesso anche le storie di Gioacchino e Anna, a partire dall’annuncio ai due anziani coniugi, sterili dalla nascita, di una figlia, al loro incontro alla Porta Aurea di Gerusalemme, alla nascita e presentazione al tempio di Maria. 

Ne è esempio il celebre ciclo di affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, datato 1305.

Sant’Anna è raffigurata quasi sempre in gruppo, spesso affiancata alla Madonna con Bambino e San Giovannino, oppure seduta in un alto trono come un’antica matrona.

A partire dall’Alto Medioevo si diffonde l’iconografia di Sant’Anna Metterza, ovvero posizionata “per terza”, dopo il Bambino Gesù e Maria.

Sant’Anna è solitamente rappresentata come anziana, con un velo in testa di colore bianco. Spesso reca attributi iconografici quali il libro (la Bibbia), l’albero (riferimento all’albero di Jesse), il telaio o uno strumento di lavoro.

Le vesti possono assumere diverse colorazioni, più frequenti sono gli abiti verdi e rossi simbolo di speranza e amore; nelle raffigurazioni più tarde il rosso tende a diventare anche arancio o rosa. 

Sant’Anna a Roccamorice

A Roccamorice, in fondo al Vallone “Launelle”, sorge un’antica chiesetta dedicata a Sant’Anna.

La chiesa si raggiunge tramite un piccolo sentiero, che in passato rappresentava il collegamento tra il centro del paese e le varie frazioni del versante est.

Alcuni popolani ricordano ancora un particolare evento legato alla chiesa: le piogge torrenziali abbattutesi nei pressi del paese non molto dopo il terremoto del 26 settembre 1933 causarono l’ingrossamento del torrente Launelle, che, con la sua grossa massa d’acqua, fango, alberi e pietre stava per inghiottire la piccola chiesetta. Fortunatamente un masso della costa sovrastante cadde proprio sul torrente creando una sorta di protezione, salvando la chiesa dalla distruzione.

La Tela Raffigurante Sant’Anna

La piccola chiesa custodiva in passato una tela raffigurante Sant’Anna, oggi conservata presso il Centro d’Arte e Cultura Alberto Di Giovanni

L’opera viene datata al XVII secolo, ma l’impianto barocco del dipinto reca numerosi apporti successivi. Nel 1850 una commissione di Beneficenza di Roccamorice unitamente al parroco don Beniamino Jacobucci, ordina, tramite l’Arcivescovo di Chieti Mons. Giosuè Maria Saggese, il restauro del dipinto al pittore Nicola Del Zoppo. 

Il restauro viene a costare 14 ducati, che ad oggi equivalgono a circa 293 €.

La Santa viene rappresentata di fianco a San Gioacchino, è seduta, con le mani rivolte verso il Bambino Gesù e indossa un manto giallo su abito e velo bianchi.

Accanto, sulla destra, sono raffigurati la Madonna seduta in trono con in braccio il Bambino e San Francesco.

Sopra di loro vi è una teoria di angeli e lo Spirito Santo, rappresentato da una colomba.

L’ “antichissima” Madonna di San Luca

La Madonna di San Luca, nota al popolo di Roccamorice come “Cona di San Luca”, è oggi conservata nella chiesa parrocchiale di San Donato, ma nel Seicento si trovava nella chiesa di Santo Spirito a Majella, collocata su un altare ad essa dedicato. 

A quel tempo molti pellegrini accorrevano per venerarla poiché era  considerata un’icona miracolosa, per il suo aspetto all’antica, arcaizzante e piuttosto semplificato. 

Sappiamo tuttavia che nel seicento la pratica della venerazione era solitamente riservata alle immagini antiche, legate a eventi miracolosi o personaggi sacri. Potrebbe ciò significare che quest’opera, storicizzata nel suo aspetto seicentesco, abbia una origine ben più antica?

Le Memorie di Vincenzo Zecca

Vincenzo Zecca, Storico ed archeologo vissuto a cavallo tra il 1800 e il 1900, ci ha lasciato la descrizione di un’immagine, che lui chiama “Nostra donna”, proveniente dall’eremo di Santo Spirito a Majella. Un’immagine, secondo quanto riporta lo studioso, che aveva per maggior pregio l’antichità in quanto fu lasciata all’eremo da Pietro da Morrone, futuro papa Celestino V, nella seconda metà del 1200. L’ipotesi maggiormente avvalorata è che Zecca parlasse proprio della Madonna di San Luca. Lo studioso ci riporta anche che Pietro Santucci da Manfredonia, Abate di Santo Spirito nella seconda metà del 600, “restaurò” e offrì alla pubblica venerazione proprio questa immagine rinvenuta tra le reliquie del monastero, dedicandole anche un apposito altare.

Icona duecentesca?

All’epoca del Santucci restaurare significava spesso ridipingere completamente un’opera.

La Madonna di San Luca di Roccamorice viene datata per il suo aspetto formale al 1600, ma è possibile che l’Abate Santucci abbia rimaneggiato l’immagine esistente fin dal tempo di Celestino V. 

Un restauro effettuato sull’opera nel 2009 ci aiuta a ricostruire la storia della tela: durante i lavori è emerso che effettivamente il quadro era stato pesantemente restaurato nel 1600, epoca alla quale risalgono la cornice in legno e il vetro originali. Si è potuto osservare come nell’antico rimaneggiamento del Santucci, la sagoma della Madonna, ancora oggi ben visibile, sarebbe stata ritagliata da una tela più antica e attaccata su una nuova, dove sarebbero poi stati aggiunti gli elementi di fondo e le ridipinture che caratterizzano oggi i tratti stilistici della Madonna.

San Luca pittore

Secondo la tradizione le icone mariane hanno origini antichissime: San Luca avrebbe ritratto la Vergine mentre era ancora in vita. 

Medico di professione, a San Luca venne attribuita una predilezione per la pittura, tanto da essere considerato l’iniziatore della tradizione artistica cristiana. Una leggenda narra che ricevette dall’arcangelo Gabriele, inviato da Dio, delle tavole acheropite, ovvero non prodotte da mano umana, su cui dipinse la Vergine Advocata, sola, che intercede presso Dio per la salvezza dell’umanità; la Vergine Odighitria, che tiene sul braccio sinistro il bambino e con la mano destra lo indica come via di salvezza per l’umanità; la Vergine Eleusa, o Madonna della tenerezza, perché Maria in un gesto affettuosamente materno accosta la sua guancia a quella del Bambino, sorretto con la mano destra.

L’attribuzione dell’attività di pittore della Vergine deriva probabilmente dal fatto che nel suo Vangelo Luca fu molto accurato nel descrivere l’infanzia di Gesù e la tradizione vuole che abbia personalmente raccolto i ricordi di Maria.

Diverse di queste immagini attribuite a San Luca sono bizantine, giunte a Roma durante il periodo iconoclasta (730-843) per metterle al riparo dalla possibile distruzione. 

Facendo risalire l’attività della pittura di icone all’iniziativa di un santo evangelista, si legittimavano le immagini sacre e si riconoscevano le icone non idolatriche ma venerabili.

Tali immagini non risalgono a prima del V secolo e sono molto diffuse nel Medioevo. A Roma se ne conservano diverse, la più antica è quella di San Sisto.  

Madonna Advocata

La Madonna di Roccamorice è raffigurata a mezzo busto e senza il Bambino, secondo il tipo iconografico greco della Haghiosoritissa, meglio conosciuta come Advocata, ovvero colei che raccoglie le preghiere e intercede per i fedeli. Essa guarda l’osservatore con volto indulgente in posizione frontale; la sua mano destra è alzata col palmo rivolto verso l’esterno, mentre la sinistra è appoggiata al petto ad indicare il suo potere d’intercessione.

Il volto della Vergine presenta un incarnato olivastro. La bocca è piccola e naturalistica, il naso dritto e stretto, le guance leggermente arrossate. Ha sul capo un manto azzurro trapuntato di stelle dorate che le ricopre le spalle ed il busto; al di sotto un abito rosso che simboleggia la passione di Cristo. In origine non incoronata, la Madonna presenta oggi sul capo una corona d’argento, pregiato manufatto di argenteria napoletana del 1700. Il contrasto tra il drappeggio rosso sullo sfondo e il nimbo dorato attorno al capo, ne esaltano il volto. I volumi saldi e geometrici e la fissità dello sguardo tendono a conferire all’opera un carattere solenne, ma è evidente il distacco dalle forme rigide e stilizzate tipiche delle madonne più arcaiche.