La Pasqua e i suoi simboli: quali sono e cosa significano

La Pasqua cristiana: origine e significato

La Pasqua è la festa cristiana più importante nella quale si celebra il memoriale della risurrezione di Gesù. Affonda le radici nell’omonima festa ebraica: questa commemorava l’esodo che aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù egiziana e al tempo di Gesù radunava a Gerusalemme il popolo d’Israele per l’immolazione e la manducazione dell’Agnello pasquale. 

La Settimana Santa è quella nella quale si celebrano gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di Gesù, in particolare la sua Passione, Morte e Risurrezione. Ha inizio con la Domenica delle Palme e culmina nella celebrazione della Pasqua.

Il lunedì, martedì e Mercoledì Santo la Chiesa contempla in particolare il tradimento di Giuda. Il Giovedì Santo, con un’unica messa celebrata verso sera, la “Messa in coena domini”, ricorda l’ultima cena di Gesù e ripete il gesto simbolico della Lavanda dei piedi effettuato da Cristo. Il Venerdì Santo è il giorno della sua morte sulla Croce e la Chiesa celebra verso le tre del pomeriggio la solenne Passione: è tradizione effettuare, in molte parrocchie, per le strade, il pio esercizio della Via Crucis. Si pratica il digiuno e ci si astiene dal consumo delle carni come forma di partecipazione alla Passione e Morte del Signore. 

Il Sabato Santo è il giorno senza liturgia: non si celebra l’Eucaristia e nella notte, ha luogo la solenne Veglia Pasquale: la celebrazione più importante di tutto l’Anno Liturgico perché commemora la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. È articolata in quattro parti: Liturgia del Fuoco, Liturgia della Parola, Liturgia Battesimale, Liturgia Eucaristica.

La croce: come è cambiato il simbolo cristiano più diffuso e riconoscibile

La Pasqua ci riporta ad attenzionare il nostro sguardo sull’elemento del martirio di Cristo: la croce. Nella chiesa Parrocchiale di Roccamorice è conservato un esemplare di notevole valore del crocifisso ascritto dagli studiosi, nella tipologia “gotico dolorosa” e che la tradizione riconduce all’Eremo Abbazia di Santo Spirito a Maiella. Prima di analizzare il nostro manufatto è doveroso un breve cenno a questo strumento di martirio. La parola croce deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone, pastorale”. I greci la chiamano “palo” e gli Ebrei “albero”, tutti questi nomi indicano la sua antica origine come supplizio alla quale i condannati venivano confitti o impalati.

Nell’iconografia cristiana delle origini, la croce è quasi inesistente. Se ne trovano pochissimi esempi in catacombe sotto forma di graffiti. La crocifissione, ai tempi delle persecuzioni dei cristiani era infatti considerata una delle pene più vili che potessero essere inflitte. Per questo motivo conserva un ruolo marginale, riservata solo a schiavi, ribelli stranieri, ladri, disertori, ai combattenti per la libertà in quanto considerati sovversivi, a quelli ritenuti nocivi alla polis. La pena capitale della crocifissione è usata per la prima volta presso i persiani, in seguito dai cartaginesi e da essi l’appresero i romani che la usarono con tutti i popoli conquistati. I condannati venivano prima preparati con la flagellazione, successivamente legati al patibulum (asse orizzontale della croce) e condotti, per essere umiliati, lungo le strade principali (via crucis). Una volta giunti sul luogo prescelto venivano confitti con chiodi al patibulum e issati al palo (stipes) già posizionato nel luogo prescelto.

La croce è divenuta, successivamente, il simbolo cristiano più diffuso e riconoscibile, mentre nell’arte dei primi secoli sono riscontrabili unicamente simboli desunti dalla cultura classica o criptici: tra questi l’agnello, il cristogramma ichthýs (pesce) e l’ancora, che venivano utilizzati come decori ma anche tra i cristiani per individuarsi restando nell’anonimato. Secondo alcune fonti una delle prime rappresentazioni della croce avvenne ad opera di un pagano per schernire un cristiano tra il I e III secolo, il riferimento al cristianesimo si dedurrebbe dalla testa d’asino posta sul capo di Cristo; una forma di denigrazione nota da alcune fonti scritte. Ma è solo con Costantino il Grande che la raffigurazione della croce inizia a diffondersi in Occidente, attraverso l’editto nel 313 (editto di Milano). Egli intervenne a trasfigurare profondamente il volto storico del cristianesimo con tre sostanziali “immagini” inedite: esaltazione della Croce (signum salutis), glorificazione del Martiryum e fondazione della basilica cristiana. Con Costantino si diffondono immagini della “cruxs commisa” o patibulata, poi della croce latina detta anche “crux immissa” ed anche della croce greca. 

Nel V secolo, iniziano a diffondersi non soltanto le rappresentazioni della croce, ma la crocifissione nella sua interezza. La dottrina patristico-ecclesiastica della doppia natura di Cristo (Divina – umana), consolidatasi nei grandi concili ed espressa nella letteratura, nella mistica e nell’arte, ha fornito il quadro d’insieme per l’illustrazione della morte sulla croce come tema centrale dell’arte medievale. In particolare è rappresentata la vittoria di Cristo crocifisso sulla morte, la sua apoteosi sulla croce, la croce come segno di trionfo e di parusía. Cristo è quindi in posizione frontale con la testa eretta e gli occhi aperti, perizoma a fascia e con i quattro chiodi a trafiggergli gli arti, vivo e ritratto come trionfatore sulla morte (Christus triumphans). 

A partire dal tardo romanico, inizia a manifestarsi una inversione di tendenza, con la manifestazione della sofferenza di Cristo sulla croce: gli occhi sono chiusi e sul corpo sono evidenti i segni della morte (Christus phatiens), una tipologia di rappresentazione già nota nella cultura bizantina e giunta in Occidente attraverso i contatti con la cultura orientale. Sul finire del sec. XII e agli albori del XIII, nel momento di passaggio tra l’età tardoromanica e il primo Gotico, i crocifissi cominciano a mostrare, soprattutto Oltralpe, la sofferenza di Cristo in misura crescente. Con una umanizzazione gotica che si impose nel XIV sec. la corona di spine sul capo di Cristo crocifisso compare sempre più spesso a partire dal 1200, anche se continuano a essere essenziali i motivi trionfali. 

In questo periodo in Germania cominciano a prendere vita nuove figure plastiche devozionali come la Pietà, il gruppo di Cristo e Giovanni ed il Crocifisso a ipsilon; in Italia le opere meravigliose di Nicola e Giovanni Pisano e Giotto: già nel 1260 il pulpito di Nicola nel battistero di Pisa mostra Cristo morto, crocifisso con tre chiodi, con grande sofferenza. Tale tipologia, venne sviluppata in seguito da Giovanni Pisano nelle sue opere lignee. 

Nasce il crocifisso gotico doloroso

È comunque la Germania il paese nel quale iconograficamente dobbiamo collocare la nascita del “Crocifisso gotico doloroso” qui realizzato con la croce a forma di ipsilon dalla quale sporgono i rami recisi dissimili nella forma dagli esemplari italiani. Il crocifisso ad ipsilon si diffonde anche in Italia assimilando tratti che non provengono da un’unica fonte ma che generano dal fermento culturale, artistico e sociale dell’epoca. Anche la cattedrale di Chartes fornisce con le sue opere un importante contributo, favorendo nella prima metà del XIII sec. il passaggio dalla tipologia romanica a quella gotica: non più gambe parallele ma sovrapposte e perizomi irregolari che mostrano un ginocchio. Questo stile che possiamo definire classico-gotico andrà diffondendosi in tutta Europa. Ma il pieno raggiungimento del “crocifisso gotico doloroso”, avverrà gradualmente. Intorno al 1300 nasce Oltralpe il crocifisso detto della peste o a forcella: Cristo appare con il corpo e il volto orrendamente deformati, coperto da piaghe e bubboni con spasmi fisici estremamente evidenti, scarnificazione delle braccia, accentuazione dell’arcata epigastrica e cedimento del corpo sotto il peso della morte. Ogni paese ha espresso in modo del tutto personale queste caratteristiche generando modelli iconografici unici e ben distinguibili tra loro, ma non privi di contaminazioni. La compagine culturale tra medioevo e rinascimento che appieno travolge l’Italia, produce una vivace risposta alla tipologia da noi considerata e soprattutto nell’Italia centrale. Anche le maestranze locali abruzzesi non sono rimaste indifferenti dinanzi agli elementi prodotti dal superamento del mondo antico ed hanno accolto, filtrando con un linguaggio proprio, le novità introdotte da tale superamento. 

Il crocifisso della chiesa di Roccamorice

Il crocifisso conservato nella chiesa parrocchiale di San Donato di Roccamorice è annoverato tra gli esemplari italo-tedeschi diffusi in Italia tra la fine del XIII e l’Inizio del XIV sec. È considerato che questo manufatto provenga dall’Eremo Abbazia di Santo Spirito a Maiella, secondo la tradizione dinanzi all’opera il monaco Pietro Angelerio da Morrone, futuro Pontefice Celestino V, era solito ritirarsi in preghiera. Dopo la ricostruzione dell’intero complesso abbaziale avvenuta ad opera del monaco Pietro Santucci da Manfredonia, che si adoperò per ripristinare anche le celle più antiche occupate da Pietro da Morrone, e fino alle soppressioni napoleoniche di molti ordini monastici del 1807, non abbiamo più notizie del crocifisso. Ma grazie alla lungimiranza dell’allora parroco di Roccamorice, Carmine de Angelis, sappiamo che l’opera fu salvata dagli atti predatori e condotta nella Parrocchiale di Roccamorice ove è tutt’ora collocata. Il nostro esemplare ha subito un recente intervento di restauro volto non solo a restituirgli la coloritura originale ma anche un adeguato alloggiamento sopra all’altare maggiore. 

Forti sono le analogie con gli esemplari della stessa tipologia di origine tedesca: l’atteggiamento del corpo è volto ad una rappresentazione del dolore tangibile del Cristo, partendo dalle braccia irrigidite, passando per il collo, il torace e la flessione delle gambe. Anche se nel nostro esemplare non troviamo la ipica (disposizione ad ipsilon delle braccia), riscontriamo comunque elementi utili per poterlo accostare ai manufatti tedeschi.