Sant’Anna

Il Culto Di Anna

Il 26 luglio si celebra Sant’Anna, madre della beata Vergine Maria. 

Le vicende legate alla vita della Santa non sono riportate nei testi biblici canonici; scarne notizie si desumono dai racconti dell’infanzia di Maria raccolti nei Vangeli apocrifi, il più antico Protovangelo di Giacomo del II secolo e il Vangelo dello pseudo-Matteo.

I dettagli agiografici si arricchiscono poi nel corso dei secoli. 

Il culto della Santa affonda le sue radici nella Chiesa orientale delle origini. Si diffonde ampiamente nell’VIII secolo; a Costantinopoli Giustiniano aveva edificato una chiesa in suo onore.

L’affermazione del culto in Occidente è graduale e più tarda nel tempo. L’immagine di Sant’Anna si trova già tra i mosaici dell’arco trionfale di S. Maria Maggiore e tra gli affreschi di S. Maria Antiqua a Roma, ma il suo culto si sviluppa verso il X secolo fino a raggiungere la massima diffusione nel XV secolo. 

Le tre Sante Madri, Anonimo romano, VIII- IX sec. Santa Maria Antiqua, Roma (da sinistra: Sant’Anna con Maria bambina, la Vergine con il Bambino, Santa Elisabetta con San Giovannino)

Nel 1481 Papa Sisto IV introduce la festa di Sant’Anna nel Breviario Romano, fissando la data della memoria liturgica al 26 luglio, tramandata come giorno della morte.

Papa Gregorio XIII decide nel 1584 di inserire la sua celebrazione nel Messale Romano, estendendola a tutta la Chiesa.

A partire dal 1500 la memoria di San Gioacchino, sposo di Anna, viene più volte spostata, e solo con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, nel 1969, i genitori di Maria vengono “ricongiunti” in un’unica celebrazione. 

Il 31 gennaio 2021 Papa Francesco al termine dell’Angelus annuncia l’istituzione della Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, da celebrare la quarta domenica di luglio, in prossimità della festa dei nonni di Gesù, per ricordare il dono della vecchiaia e celebrare coloro i quali tramandano la fede alle generazioni successive.

Anna e Gioacchino

Anna e Gioacchino, suo sposo, erano avanti con gli anni e non avevano figli. 

Non generare prole è per gli ebrei dell’epoca segno della mancanza della benedizione di Dio; perciò, un giorno, nel portare le offerte al Tempio, Gioacchino viene considerato indegno di presentare i suoi doni. Umiliato e sconvolto, decide di ritirarsi nel deserto e per quaranta giorni e quaranta notti implora Dio, fra lacrime e digiuni, di dargli una discendenza. Anche Anna trascorre giorni in preghiera chiedendo a Dio la grazia della maternità.

Un giorno, mentre Gioacchino è al lavoro nei campi, gli appare un angelo per annunciargli la nascita di un figlio, ed anche Anna ha la stessa visione.

L’incontro sulla porta di casa fra i due sposi, dopo l’annuncio, si arricchisce di dettagli leggendari. 

Ampia è l’iconografia del bacio che si sarebbero scambiati dinanzi alla porta Aurea di Gerusalemme, porta attraverso la quale Gesù avrebbe fatto il suo ingresso nella Città Santa la Domenica delle Palme.

Anna e Gioacchino chiamano la loro bambina Maria, che vuol dire amata da Dio.

Sant’Anna è invocata come protettrice delle donne incinte, che a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare; è patrona di molti mestieri legati alle sue funzioni di madre, tra cui i lavandai e le ricamatrici.

Sant’Anna nell’arte

Giotto, Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro, Padova, Cappella degli Scrovegni, particolare

Raffigurata nell’arte bizantina sin dall’alto Medioevo, la sua fortuna iconografica trova grande  diffusione in Occidente a partire dal XIII secolo, in concomitanza con lo sviluppo del culto mariano. 

I cicli dedicati all’infanzia della Vergine Maria includono spesso anche le storie di Gioacchino e Anna, a partire dall’annuncio ai due anziani coniugi, sterili dalla nascita, di una figlia, al loro incontro alla Porta Aurea di Gerusalemme, alla nascita e presentazione al tempio di Maria. 

Ne è esempio il celebre ciclo di affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, datato 1305.

Sant’Anna è raffigurata quasi sempre in gruppo, spesso affiancata alla Madonna con Bambino e San Giovannino, oppure seduta in un alto trono come un’antica matrona.

A partire dall’Alto Medioevo si diffonde l’iconografia di Sant’Anna Metterza, ovvero posizionata “per terza”, dopo il Bambino Gesù e Maria.

Sant’Anna è solitamente rappresentata come anziana, con un velo in testa di colore bianco. Spesso reca attributi iconografici quali il libro (la Bibbia), l’albero (riferimento all’albero di Jesse), il telaio o uno strumento di lavoro.

Le vesti possono assumere diverse colorazioni, più frequenti sono gli abiti verdi e rossi simbolo di speranza e amore; nelle raffigurazioni più tarde il rosso tende a diventare anche arancio o rosa. 

Sant’Anna a Roccamorice

A Roccamorice, in fondo al Vallone “Launelle”, sorge un’antica chiesetta dedicata a Sant’Anna.

La chiesa si raggiunge tramite un piccolo sentiero, che in passato rappresentava il collegamento tra il centro del paese e le varie frazioni del versante est.

Alcuni popolani ricordano ancora un particolare evento legato alla chiesa: le piogge torrenziali abbattutesi nei pressi del paese non molto dopo il terremoto del 26 settembre 1933 causarono l’ingrossamento del torrente Launelle, che, con la sua grossa massa d’acqua, fango, alberi e pietre stava per inghiottire la piccola chiesetta. Fortunatamente un masso della costa sovrastante cadde proprio sul torrente creando una sorta di protezione, salvando la chiesa dalla distruzione.

La Tela Raffigurante Sant’Anna

La piccola chiesa custodiva in passato una tela raffigurante Sant’Anna, oggi conservata presso il Centro d’Arte e Cultura Alberto Di Giovanni

L’opera viene datata al XVII secolo, ma l’impianto barocco del dipinto reca numerosi apporti successivi. Nel 1850 una commissione di Beneficenza di Roccamorice unitamente al parroco don Beniamino Jacobucci, ordina, tramite l’Arcivescovo di Chieti Mons. Giosuè Maria Saggese, il restauro del dipinto al pittore Nicola Del Zoppo. 

Il restauro viene a costare 14 ducati, che ad oggi equivalgono a circa 293 €.

La Santa viene rappresentata di fianco a San Gioacchino, è seduta, con le mani rivolte verso il Bambino Gesù e indossa un manto giallo su abito e velo bianchi.

Accanto, sulla destra, sono raffigurati la Madonna seduta in trono con in braccio il Bambino e San Francesco.

Sopra di loro vi è una teoria di angeli e lo Spirito Santo, rappresentato da una colomba.

La Pentecoste: cos’è e perchè si festeggia

Nel giorno della Pentecoste si celebra la discesa dello Spirito Santo sulla Vergine Maria e gli apostoli riuniti insieme nel Cenacolo, e la nascita della Chiesa. La parola Pentecoste, di derivazione greca, significa letteralmente cinquantesimo e si riferisce ai cinquanta giorni trascorsi dopo la Pasqua.

Le origini ebraiche della Pentecoste

L’origine della festa è ebraica. Il popolo ebraico era solito celebrarla sette settimane dopo la Pasqua ed era principalmente un festa agricola, di ringraziamento a Dio per i doni delle terra, che coincideva con l’inizio della mietitura del grano e i primi frutti. Più tardi, basandosi su una nuova traduzione delle Sacre Scritture, su questa celebrazione originaria si innestò la memoria del dono delle Tavole della Legge fatto da Dio a Mosè sul monte Sinai. Seguendo questa interpretazione, gli ebrei moderni passano la vigilia della festa leggendo la Legge o altre Scritture appropriate. In passato inoltre ci si asteneva da qualsiasi lavoro ed era previsto il pellegrinaggio degli uomini a Gerusalemme.

Ebrei e cristiani, pur considerando sacri gli stessi libri (rispettivamente Tanakh e l’Antico Testamento), nel corso della storia si sono allontanati reciprocamente nella interpretazione che ne hanno fatto. 

La Pentecoste nella Cristianità

La Pentecoste, nella cristianità, perde il significato ebraico per designare invece la discesa dello Spirito Santo, mandato da Dio ai suoi fedeli. L’evento segna la nascita della Chiesa cominciando dalla comunità di Gerusalemme, o “comunità gerosolimitana” ed è raccontato nel capitolo 2 degli Atti degli Apostoli: 

«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste – recita il testo –, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi»

Dopo essere disceso sulla Vergine e i discepoli, lo Spirito Santo si infonderà anche negli “stranieri non circoncisi”. Il testo sacro prosegue poi con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che assieme a Paolo, continua l’opera di allargamento dei confini del cristianesimo, sottolineando l’unità e l’universalità della fede. L’evento segna l’inizio della diffusione del messaggio del Cristo, un messaggio che supererà i confini del Galilea e delle province dove si parlava solo l’aramaico, e quindi di fatto la nascita della Chiesa.

La Pentecoste nell’arte 

Pur essendo Cristo il personaggio principale della Pentecoste (la luce che investe gli Apostoli è emanata dal Risorto), nelle rappresentazioni della Pentecoste il Figlio di Dio non compare mai. I raggi o le lingue di fuoco generalmente provengono da una colomba, simbolo dello Spirito Santo e talvolta assumono la forma di nastri o funi che si fermano su ciascun apostolo; raramente la colomba è sostituita dalla mano di Dio. Per secoli inoltre, gli artisti che si cimentarono col mistero della discesa dello Spirito, si limitarono ai soli Apostoli. La figura della Madonna comincia a comparire nel basso medioevo, come icona, più che madre, della Chiesa nascente. Inizialmente nelle opere dedicate alla discesa dello Spirito Santo, gli apostoli sono raffigurati come semplici serie di personaggi. C’è però, sin da subito, un tentativo di distinguere un apostolo dall’altro, insistendo sulle diverse pose e sui caratteri del volto. 

Una delle prime raffigurazioni della Pentecoste in senso compiuto è quella del duomo di Monreale. Vi si distinguono apostoli giovani, anziani e di mezz’età, in vesti simili ma radicalmente diverse nei colori. Lo Spirito nasce da un’unica fonte, un tondo nel cielo. Ma si dirama secondo percorsi geometrici precisissimi e tutti diversi, verso la testa di ciascun protagonista. Ognuno lo riceve in modo del tutto particolare.

La Pentecoste di Santo Spirito a Majella

Nell’altare maggiore della chiesa di Santo Spirito a Majella, a Roccamorice, è collocata una tela raffigurante la Pentecoste (copia dell’originale attualmente conservata presso il Centro d’Arte e Cultura Alberto Di Giovanni nella Chiesa Baronale di Roccamorice), datata 1605 e siglata da semplici iniziali (F.S.FE). L’architetto e studioso locale, Enrico Santangelo, attribuisce l’opera al pittore napoletano Fabrizio Santafede (1560-1626), rappresentante della corrente detta del “realismo devoto”, che ha caratterizzato il manierismo napoletano alla fine del Cinquecento. 

I contrasti luministici tipici delle opere del Santafede non sono ancora totalmente espressi in questa tela. Egli infatti recepirà la lezione, nel 1606, da Caravaggio durante il suo soggiorno a Napoli.

Nella tela assumono importanza i chiari valori tonali e il realismo devoto espresso in particolare nei volti dei personaggi.

La composizione è equilibrata, la Vergine è posta al centro dell’opera ed è circondata dai discepoli. La colomba dall’alto infonde su di loro lo Spirito Santo. 

Le fiammelle sul capo dei personaggi testimoniano l’avvenuta ricezione. 

L’ “antichissima” Madonna di San Luca

La Madonna di San Luca, nota al popolo di Roccamorice come “Cona di San Luca”, è oggi conservata nella chiesa parrocchiale di San Donato, ma nel Seicento si trovava nella chiesa di Santo Spirito a Majella, collocata su un altare ad essa dedicato. 

A quel tempo molti pellegrini accorrevano per venerarla poiché era  considerata un’icona miracolosa, per il suo aspetto all’antica, arcaizzante e piuttosto semplificato. 

Sappiamo tuttavia che nel seicento la pratica della venerazione era solitamente riservata alle immagini antiche, legate a eventi miracolosi o personaggi sacri. Potrebbe ciò significare che quest’opera, storicizzata nel suo aspetto seicentesco, abbia una origine ben più antica?

Le Memorie di Vincenzo Zecca

Vincenzo Zecca, Storico ed archeologo vissuto a cavallo tra il 1800 e il 1900, ci ha lasciato la descrizione di un’immagine, che lui chiama “Nostra donna”, proveniente dall’eremo di Santo Spirito a Majella. Un’immagine, secondo quanto riporta lo studioso, che aveva per maggior pregio l’antichità in quanto fu lasciata all’eremo da Pietro da Morrone, futuro papa Celestino V, nella seconda metà del 1200. L’ipotesi maggiormente avvalorata è che Zecca parlasse proprio della Madonna di San Luca. Lo studioso ci riporta anche che Pietro Santucci da Manfredonia, Abate di Santo Spirito nella seconda metà del 600, “restaurò” e offrì alla pubblica venerazione proprio questa immagine rinvenuta tra le reliquie del monastero, dedicandole anche un apposito altare.

Icona duecentesca?

All’epoca del Santucci restaurare significava spesso ridipingere completamente un’opera.

La Madonna di San Luca di Roccamorice viene datata per il suo aspetto formale al 1600, ma è possibile che l’Abate Santucci abbia rimaneggiato l’immagine esistente fin dal tempo di Celestino V. 

Un restauro effettuato sull’opera nel 2009 ci aiuta a ricostruire la storia della tela: durante i lavori è emerso che effettivamente il quadro era stato pesantemente restaurato nel 1600, epoca alla quale risalgono la cornice in legno e il vetro originali. Si è potuto osservare come nell’antico rimaneggiamento del Santucci, la sagoma della Madonna, ancora oggi ben visibile, sarebbe stata ritagliata da una tela più antica e attaccata su una nuova, dove sarebbero poi stati aggiunti gli elementi di fondo e le ridipinture che caratterizzano oggi i tratti stilistici della Madonna.

San Luca pittore

Secondo la tradizione le icone mariane hanno origini antichissime: San Luca avrebbe ritratto la Vergine mentre era ancora in vita. 

Medico di professione, a San Luca venne attribuita una predilezione per la pittura, tanto da essere considerato l’iniziatore della tradizione artistica cristiana. Una leggenda narra che ricevette dall’arcangelo Gabriele, inviato da Dio, delle tavole acheropite, ovvero non prodotte da mano umana, su cui dipinse la Vergine Advocata, sola, che intercede presso Dio per la salvezza dell’umanità; la Vergine Odighitria, che tiene sul braccio sinistro il bambino e con la mano destra lo indica come via di salvezza per l’umanità; la Vergine Eleusa, o Madonna della tenerezza, perché Maria in un gesto affettuosamente materno accosta la sua guancia a quella del Bambino, sorretto con la mano destra.

L’attribuzione dell’attività di pittore della Vergine deriva probabilmente dal fatto che nel suo Vangelo Luca fu molto accurato nel descrivere l’infanzia di Gesù e la tradizione vuole che abbia personalmente raccolto i ricordi di Maria.

Diverse di queste immagini attribuite a San Luca sono bizantine, giunte a Roma durante il periodo iconoclasta (730-843) per metterle al riparo dalla possibile distruzione. 

Facendo risalire l’attività della pittura di icone all’iniziativa di un santo evangelista, si legittimavano le immagini sacre e si riconoscevano le icone non idolatriche ma venerabili.

Tali immagini non risalgono a prima del V secolo e sono molto diffuse nel Medioevo. A Roma se ne conservano diverse, la più antica è quella di San Sisto.  

Madonna Advocata

La Madonna di Roccamorice è raffigurata a mezzo busto e senza il Bambino, secondo il tipo iconografico greco della Haghiosoritissa, meglio conosciuta come Advocata, ovvero colei che raccoglie le preghiere e intercede per i fedeli. Essa guarda l’osservatore con volto indulgente in posizione frontale; la sua mano destra è alzata col palmo rivolto verso l’esterno, mentre la sinistra è appoggiata al petto ad indicare il suo potere d’intercessione.

Il volto della Vergine presenta un incarnato olivastro. La bocca è piccola e naturalistica, il naso dritto e stretto, le guance leggermente arrossate. Ha sul capo un manto azzurro trapuntato di stelle dorate che le ricopre le spalle ed il busto; al di sotto un abito rosso che simboleggia la passione di Cristo. In origine non incoronata, la Madonna presenta oggi sul capo una corona d’argento, pregiato manufatto di argenteria napoletana del 1700. Il contrasto tra il drappeggio rosso sullo sfondo e il nimbo dorato attorno al capo, ne esaltano il volto. I volumi saldi e geometrici e la fissità dello sguardo tendono a conferire all’opera un carattere solenne, ma è evidente il distacco dalle forme rigide e stilizzate tipiche delle madonne più arcaiche.

La Pasqua e i suoi simboli: quali sono e cosa significano

La Pasqua cristiana: origine e significato

La Pasqua è la festa cristiana più importante nella quale si celebra il memoriale della risurrezione di Gesù. Affonda le radici nell’omonima festa ebraica: questa commemorava l’esodo che aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù egiziana e al tempo di Gesù radunava a Gerusalemme il popolo d’Israele per l’immolazione e la manducazione dell’Agnello pasquale. 

La Settimana Santa è quella nella quale si celebrano gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di Gesù, in particolare la sua Passione, Morte e Risurrezione. Ha inizio con la Domenica delle Palme e culmina nella celebrazione della Pasqua.

Il lunedì, martedì e Mercoledì Santo la Chiesa contempla in particolare il tradimento di Giuda. Il Giovedì Santo, con un’unica messa celebrata verso sera, la “Messa in coena domini”, ricorda l’ultima cena di Gesù e ripete il gesto simbolico della Lavanda dei piedi effettuato da Cristo. Il Venerdì Santo è il giorno della sua morte sulla Croce e la Chiesa celebra verso le tre del pomeriggio la solenne Passione: è tradizione effettuare, in molte parrocchie, per le strade, il pio esercizio della Via Crucis. Si pratica il digiuno e ci si astiene dal consumo delle carni come forma di partecipazione alla Passione e Morte del Signore. 

Il Sabato Santo è il giorno senza liturgia: non si celebra l’Eucaristia e nella notte, ha luogo la solenne Veglia Pasquale: la celebrazione più importante di tutto l’Anno Liturgico perché commemora la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. È articolata in quattro parti: Liturgia del Fuoco, Liturgia della Parola, Liturgia Battesimale, Liturgia Eucaristica.

La croce: come è cambiato il simbolo cristiano più diffuso e riconoscibile

La Pasqua ci riporta ad attenzionare il nostro sguardo sull’elemento del martirio di Cristo: la croce. Nella chiesa Parrocchiale di Roccamorice è conservato un esemplare di notevole valore del crocifisso ascritto dagli studiosi, nella tipologia “gotico dolorosa” e che la tradizione riconduce all’Eremo Abbazia di Santo Spirito a Maiella. Prima di analizzare il nostro manufatto è doveroso un breve cenno a questo strumento di martirio. La parola croce deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone, pastorale”. I greci la chiamano “palo” e gli Ebrei “albero”, tutti questi nomi indicano la sua antica origine come supplizio alla quale i condannati venivano confitti o impalati.

Nell’iconografia cristiana delle origini, la croce è quasi inesistente. Se ne trovano pochissimi esempi in catacombe sotto forma di graffiti. La crocifissione, ai tempi delle persecuzioni dei cristiani era infatti considerata una delle pene più vili che potessero essere inflitte. Per questo motivo conserva un ruolo marginale, riservata solo a schiavi, ribelli stranieri, ladri, disertori, ai combattenti per la libertà in quanto considerati sovversivi, a quelli ritenuti nocivi alla polis. La pena capitale della crocifissione è usata per la prima volta presso i persiani, in seguito dai cartaginesi e da essi l’appresero i romani che la usarono con tutti i popoli conquistati. I condannati venivano prima preparati con la flagellazione, successivamente legati al patibulum (asse orizzontale della croce) e condotti, per essere umiliati, lungo le strade principali (via crucis). Una volta giunti sul luogo prescelto venivano confitti con chiodi al patibulum e issati al palo (stipes) già posizionato nel luogo prescelto.

La croce è divenuta, successivamente, il simbolo cristiano più diffuso e riconoscibile, mentre nell’arte dei primi secoli sono riscontrabili unicamente simboli desunti dalla cultura classica o criptici: tra questi l’agnello, il cristogramma ichthýs (pesce) e l’ancora, che venivano utilizzati come decori ma anche tra i cristiani per individuarsi restando nell’anonimato. Secondo alcune fonti una delle prime rappresentazioni della croce avvenne ad opera di un pagano per schernire un cristiano tra il I e III secolo, il riferimento al cristianesimo si dedurrebbe dalla testa d’asino posta sul capo di Cristo; una forma di denigrazione nota da alcune fonti scritte. Ma è solo con Costantino il Grande che la raffigurazione della croce inizia a diffondersi in Occidente, attraverso l’editto nel 313 (editto di Milano). Egli intervenne a trasfigurare profondamente il volto storico del cristianesimo con tre sostanziali “immagini” inedite: esaltazione della Croce (signum salutis), glorificazione del Martiryum e fondazione della basilica cristiana. Con Costantino si diffondono immagini della “cruxs commisa” o patibulata, poi della croce latina detta anche “crux immissa” ed anche della croce greca. 

Nel V secolo, iniziano a diffondersi non soltanto le rappresentazioni della croce, ma la crocifissione nella sua interezza. La dottrina patristico-ecclesiastica della doppia natura di Cristo (Divina – umana), consolidatasi nei grandi concili ed espressa nella letteratura, nella mistica e nell’arte, ha fornito il quadro d’insieme per l’illustrazione della morte sulla croce come tema centrale dell’arte medievale. In particolare è rappresentata la vittoria di Cristo crocifisso sulla morte, la sua apoteosi sulla croce, la croce come segno di trionfo e di parusía. Cristo è quindi in posizione frontale con la testa eretta e gli occhi aperti, perizoma a fascia e con i quattro chiodi a trafiggergli gli arti, vivo e ritratto come trionfatore sulla morte (Christus triumphans). 

A partire dal tardo romanico, inizia a manifestarsi una inversione di tendenza, con la manifestazione della sofferenza di Cristo sulla croce: gli occhi sono chiusi e sul corpo sono evidenti i segni della morte (Christus phatiens), una tipologia di rappresentazione già nota nella cultura bizantina e giunta in Occidente attraverso i contatti con la cultura orientale. Sul finire del sec. XII e agli albori del XIII, nel momento di passaggio tra l’età tardoromanica e il primo Gotico, i crocifissi cominciano a mostrare, soprattutto Oltralpe, la sofferenza di Cristo in misura crescente. Con una umanizzazione gotica che si impose nel XIV sec. la corona di spine sul capo di Cristo crocifisso compare sempre più spesso a partire dal 1200, anche se continuano a essere essenziali i motivi trionfali. 

In questo periodo in Germania cominciano a prendere vita nuove figure plastiche devozionali come la Pietà, il gruppo di Cristo e Giovanni ed il Crocifisso a ipsilon; in Italia le opere meravigliose di Nicola e Giovanni Pisano e Giotto: già nel 1260 il pulpito di Nicola nel battistero di Pisa mostra Cristo morto, crocifisso con tre chiodi, con grande sofferenza. Tale tipologia, venne sviluppata in seguito da Giovanni Pisano nelle sue opere lignee. 

Nasce il crocifisso gotico doloroso

È comunque la Germania il paese nel quale iconograficamente dobbiamo collocare la nascita del “Crocifisso gotico doloroso” qui realizzato con la croce a forma di ipsilon dalla quale sporgono i rami recisi dissimili nella forma dagli esemplari italiani. Il crocifisso ad ipsilon si diffonde anche in Italia assimilando tratti che non provengono da un’unica fonte ma che generano dal fermento culturale, artistico e sociale dell’epoca. Anche la cattedrale di Chartes fornisce con le sue opere un importante contributo, favorendo nella prima metà del XIII sec. il passaggio dalla tipologia romanica a quella gotica: non più gambe parallele ma sovrapposte e perizomi irregolari che mostrano un ginocchio. Questo stile che possiamo definire classico-gotico andrà diffondendosi in tutta Europa. Ma il pieno raggiungimento del “crocifisso gotico doloroso”, avverrà gradualmente. Intorno al 1300 nasce Oltralpe il crocifisso detto della peste o a forcella: Cristo appare con il corpo e il volto orrendamente deformati, coperto da piaghe e bubboni con spasmi fisici estremamente evidenti, scarnificazione delle braccia, accentuazione dell’arcata epigastrica e cedimento del corpo sotto il peso della morte. Ogni paese ha espresso in modo del tutto personale queste caratteristiche generando modelli iconografici unici e ben distinguibili tra loro, ma non privi di contaminazioni. La compagine culturale tra medioevo e rinascimento che appieno travolge l’Italia, produce una vivace risposta alla tipologia da noi considerata e soprattutto nell’Italia centrale. Anche le maestranze locali abruzzesi non sono rimaste indifferenti dinanzi agli elementi prodotti dal superamento del mondo antico ed hanno accolto, filtrando con un linguaggio proprio, le novità introdotte da tale superamento. 

Il crocifisso della chiesa di Roccamorice

Il crocifisso conservato nella chiesa parrocchiale di San Donato di Roccamorice è annoverato tra gli esemplari italo-tedeschi diffusi in Italia tra la fine del XIII e l’Inizio del XIV sec. È considerato che questo manufatto provenga dall’Eremo Abbazia di Santo Spirito a Maiella, secondo la tradizione dinanzi all’opera il monaco Pietro Angelerio da Morrone, futuro Pontefice Celestino V, era solito ritirarsi in preghiera. Dopo la ricostruzione dell’intero complesso abbaziale avvenuta ad opera del monaco Pietro Santucci da Manfredonia, che si adoperò per ripristinare anche le celle più antiche occupate da Pietro da Morrone, e fino alle soppressioni napoleoniche di molti ordini monastici del 1807, non abbiamo più notizie del crocifisso. Ma grazie alla lungimiranza dell’allora parroco di Roccamorice, Carmine de Angelis, sappiamo che l’opera fu salvata dagli atti predatori e condotta nella Parrocchiale di Roccamorice ove è tutt’ora collocata. Il nostro esemplare ha subito un recente intervento di restauro volto non solo a restituirgli la coloritura originale ma anche un adeguato alloggiamento sopra all’altare maggiore. 

Forti sono le analogie con gli esemplari della stessa tipologia di origine tedesca: l’atteggiamento del corpo è volto ad una rappresentazione del dolore tangibile del Cristo, partendo dalle braccia irrigidite, passando per il collo, il torace e la flessione delle gambe. Anche se nel nostro esemplare non troviamo la ipica (disposizione ad ipsilon delle braccia), riscontriamo comunque elementi utili per poterlo accostare ai manufatti tedeschi.