La Pentecoste: cos’è e perchè si festeggia

Nel giorno della Pentecoste si celebra la discesa dello Spirito Santo sulla Vergine Maria e gli apostoli riuniti insieme nel Cenacolo, e la nascita della Chiesa. La parola Pentecoste, di derivazione greca, significa letteralmente cinquantesimo e si riferisce ai cinquanta giorni trascorsi dopo la Pasqua.

Le origini ebraiche della Pentecoste

L’origine della festa è ebraica. Il popolo ebraico era solito celebrarla sette settimane dopo la Pasqua ed era principalmente un festa agricola, di ringraziamento a Dio per i doni delle terra, che coincideva con l’inizio della mietitura del grano e i primi frutti. Più tardi, basandosi su una nuova traduzione delle Sacre Scritture, su questa celebrazione originaria si innestò la memoria del dono delle Tavole della Legge fatto da Dio a Mosè sul monte Sinai. Seguendo questa interpretazione, gli ebrei moderni passano la vigilia della festa leggendo la Legge o altre Scritture appropriate. In passato inoltre ci si asteneva da qualsiasi lavoro ed era previsto il pellegrinaggio degli uomini a Gerusalemme.

Ebrei e cristiani, pur considerando sacri gli stessi libri (rispettivamente Tanakh e l’Antico Testamento), nel corso della storia si sono allontanati reciprocamente nella interpretazione che ne hanno fatto. 

La Pentecoste nella Cristianità

La Pentecoste, nella cristianità, perde il significato ebraico per designare invece la discesa dello Spirito Santo, mandato da Dio ai suoi fedeli. L’evento segna la nascita della Chiesa cominciando dalla comunità di Gerusalemme, o “comunità gerosolimitana” ed è raccontato nel capitolo 2 degli Atti degli Apostoli: 

«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste – recita il testo –, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi»

Dopo essere disceso sulla Vergine e i discepoli, lo Spirito Santo si infonderà anche negli “stranieri non circoncisi”. Il testo sacro prosegue poi con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che assieme a Paolo, continua l’opera di allargamento dei confini del cristianesimo, sottolineando l’unità e l’universalità della fede. L’evento segna l’inizio della diffusione del messaggio del Cristo, un messaggio che supererà i confini del Galilea e delle province dove si parlava solo l’aramaico, e quindi di fatto la nascita della Chiesa.

La Pentecoste nell’arte 

Pur essendo Cristo il personaggio principale della Pentecoste (la luce che investe gli Apostoli è emanata dal Risorto), nelle rappresentazioni della Pentecoste il Figlio di Dio non compare mai. I raggi o le lingue di fuoco generalmente provengono da una colomba, simbolo dello Spirito Santo e talvolta assumono la forma di nastri o funi che si fermano su ciascun apostolo; raramente la colomba è sostituita dalla mano di Dio. Per secoli inoltre, gli artisti che si cimentarono col mistero della discesa dello Spirito, si limitarono ai soli Apostoli. La figura della Madonna comincia a comparire nel basso medioevo, come icona, più che madre, della Chiesa nascente. Inizialmente nelle opere dedicate alla discesa dello Spirito Santo, gli apostoli sono raffigurati come semplici serie di personaggi. C’è però, sin da subito, un tentativo di distinguere un apostolo dall’altro, insistendo sulle diverse pose e sui caratteri del volto. 

Una delle prime raffigurazioni della Pentecoste in senso compiuto è quella del duomo di Monreale. Vi si distinguono apostoli giovani, anziani e di mezz’età, in vesti simili ma radicalmente diverse nei colori. Lo Spirito nasce da un’unica fonte, un tondo nel cielo. Ma si dirama secondo percorsi geometrici precisissimi e tutti diversi, verso la testa di ciascun protagonista. Ognuno lo riceve in modo del tutto particolare.

La Pentecoste di Santo Spirito a Majella

Nell’altare maggiore della chiesa di Santo Spirito a Majella, a Roccamorice, è collocata una tela raffigurante la Pentecoste (copia dell’originale attualmente conservata presso il Centro d’Arte e Cultura Alberto Di Giovanni nella Chiesa Baronale di Roccamorice), datata 1605 e siglata da semplici iniziali (F.S.FE). L’architetto e studioso locale, Enrico Santangelo, attribuisce l’opera al pittore napoletano Fabrizio Santafede (1560-1626), rappresentante della corrente detta del “realismo devoto”, che ha caratterizzato il manierismo napoletano alla fine del Cinquecento. 

I contrasti luministici tipici delle opere del Santafede non sono ancora totalmente espressi in questa tela. Egli infatti recepirà la lezione, nel 1606, da Caravaggio durante il suo soggiorno a Napoli.

Nella tela assumono importanza i chiari valori tonali e il realismo devoto espresso in particolare nei volti dei personaggi.

La composizione è equilibrata, la Vergine è posta al centro dell’opera ed è circondata dai discepoli. La colomba dall’alto infonde su di loro lo Spirito Santo. 

Le fiammelle sul capo dei personaggi testimoniano l’avvenuta ricezione. 

L’ “antichissima” Madonna di San Luca

La Madonna di San Luca, nota al popolo di Roccamorice come “Cona di San Luca”, è oggi conservata nella chiesa parrocchiale di San Donato, ma nel Seicento si trovava nella chiesa di Santo Spirito a Majella, collocata su un altare ad essa dedicato. 

A quel tempo molti pellegrini accorrevano per venerarla poiché era  considerata un’icona miracolosa, per il suo aspetto all’antica, arcaizzante e piuttosto semplificato. 

Sappiamo tuttavia che nel seicento la pratica della venerazione era solitamente riservata alle immagini antiche, legate a eventi miracolosi o personaggi sacri. Potrebbe ciò significare che quest’opera, storicizzata nel suo aspetto seicentesco, abbia una origine ben più antica?

Le Memorie di Vincenzo Zecca

Vincenzo Zecca, Storico ed archeologo vissuto a cavallo tra il 1800 e il 1900, ci ha lasciato la descrizione di un’immagine, che lui chiama “Nostra donna”, proveniente dall’eremo di Santo Spirito a Majella. Un’immagine, secondo quanto riporta lo studioso, che aveva per maggior pregio l’antichità in quanto fu lasciata all’eremo da Pietro da Morrone, futuro papa Celestino V, nella seconda metà del 1200. L’ipotesi maggiormente avvalorata è che Zecca parlasse proprio della Madonna di San Luca. Lo studioso ci riporta anche che Pietro Santucci da Manfredonia, Abate di Santo Spirito nella seconda metà del 600, “restaurò” e offrì alla pubblica venerazione proprio questa immagine rinvenuta tra le reliquie del monastero, dedicandole anche un apposito altare.

Icona duecentesca?

All’epoca del Santucci restaurare significava spesso ridipingere completamente un’opera.

La Madonna di San Luca di Roccamorice viene datata per il suo aspetto formale al 1600, ma è possibile che l’Abate Santucci abbia rimaneggiato l’immagine esistente fin dal tempo di Celestino V. 

Un restauro effettuato sull’opera nel 2009 ci aiuta a ricostruire la storia della tela: durante i lavori è emerso che effettivamente il quadro era stato pesantemente restaurato nel 1600, epoca alla quale risalgono la cornice in legno e il vetro originali. Si è potuto osservare come nell’antico rimaneggiamento del Santucci, la sagoma della Madonna, ancora oggi ben visibile, sarebbe stata ritagliata da una tela più antica e attaccata su una nuova, dove sarebbero poi stati aggiunti gli elementi di fondo e le ridipinture che caratterizzano oggi i tratti stilistici della Madonna.

San Luca pittore

Secondo la tradizione le icone mariane hanno origini antichissime: San Luca avrebbe ritratto la Vergine mentre era ancora in vita. 

Medico di professione, a San Luca venne attribuita una predilezione per la pittura, tanto da essere considerato l’iniziatore della tradizione artistica cristiana. Una leggenda narra che ricevette dall’arcangelo Gabriele, inviato da Dio, delle tavole acheropite, ovvero non prodotte da mano umana, su cui dipinse la Vergine Advocata, sola, che intercede presso Dio per la salvezza dell’umanità; la Vergine Odighitria, che tiene sul braccio sinistro il bambino e con la mano destra lo indica come via di salvezza per l’umanità; la Vergine Eleusa, o Madonna della tenerezza, perché Maria in un gesto affettuosamente materno accosta la sua guancia a quella del Bambino, sorretto con la mano destra.

L’attribuzione dell’attività di pittore della Vergine deriva probabilmente dal fatto che nel suo Vangelo Luca fu molto accurato nel descrivere l’infanzia di Gesù e la tradizione vuole che abbia personalmente raccolto i ricordi di Maria.

Diverse di queste immagini attribuite a San Luca sono bizantine, giunte a Roma durante il periodo iconoclasta (730-843) per metterle al riparo dalla possibile distruzione. 

Facendo risalire l’attività della pittura di icone all’iniziativa di un santo evangelista, si legittimavano le immagini sacre e si riconoscevano le icone non idolatriche ma venerabili.

Tali immagini non risalgono a prima del V secolo e sono molto diffuse nel Medioevo. A Roma se ne conservano diverse, la più antica è quella di San Sisto.  

Madonna Advocata

La Madonna di Roccamorice è raffigurata a mezzo busto e senza il Bambino, secondo il tipo iconografico greco della Haghiosoritissa, meglio conosciuta come Advocata, ovvero colei che raccoglie le preghiere e intercede per i fedeli. Essa guarda l’osservatore con volto indulgente in posizione frontale; la sua mano destra è alzata col palmo rivolto verso l’esterno, mentre la sinistra è appoggiata al petto ad indicare il suo potere d’intercessione.

Il volto della Vergine presenta un incarnato olivastro. La bocca è piccola e naturalistica, il naso dritto e stretto, le guance leggermente arrossate. Ha sul capo un manto azzurro trapuntato di stelle dorate che le ricopre le spalle ed il busto; al di sotto un abito rosso che simboleggia la passione di Cristo. In origine non incoronata, la Madonna presenta oggi sul capo una corona d’argento, pregiato manufatto di argenteria napoletana del 1700. Il contrasto tra il drappeggio rosso sullo sfondo e il nimbo dorato attorno al capo, ne esaltano il volto. I volumi saldi e geometrici e la fissità dello sguardo tendono a conferire all’opera un carattere solenne, ma è evidente il distacco dalle forme rigide e stilizzate tipiche delle madonne più arcaiche.

La Pasqua e i suoi simboli: quali sono e cosa significano

La Pasqua cristiana: origine e significato

La Pasqua è la festa cristiana più importante nella quale si celebra il memoriale della risurrezione di Gesù. Affonda le radici nell’omonima festa ebraica: questa commemorava l’esodo che aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù egiziana e al tempo di Gesù radunava a Gerusalemme il popolo d’Israele per l’immolazione e la manducazione dell’Agnello pasquale. 

La Settimana Santa è quella nella quale si celebrano gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di Gesù, in particolare la sua Passione, Morte e Risurrezione. Ha inizio con la Domenica delle Palme e culmina nella celebrazione della Pasqua.

Il lunedì, martedì e Mercoledì Santo la Chiesa contempla in particolare il tradimento di Giuda. Il Giovedì Santo, con un’unica messa celebrata verso sera, la “Messa in coena domini”, ricorda l’ultima cena di Gesù e ripete il gesto simbolico della Lavanda dei piedi effettuato da Cristo. Il Venerdì Santo è il giorno della sua morte sulla Croce e la Chiesa celebra verso le tre del pomeriggio la solenne Passione: è tradizione effettuare, in molte parrocchie, per le strade, il pio esercizio della Via Crucis. Si pratica il digiuno e ci si astiene dal consumo delle carni come forma di partecipazione alla Passione e Morte del Signore. 

Il Sabato Santo è il giorno senza liturgia: non si celebra l’Eucaristia e nella notte, ha luogo la solenne Veglia Pasquale: la celebrazione più importante di tutto l’Anno Liturgico perché commemora la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. È articolata in quattro parti: Liturgia del Fuoco, Liturgia della Parola, Liturgia Battesimale, Liturgia Eucaristica.

La croce: come è cambiato il simbolo cristiano più diffuso e riconoscibile

La Pasqua ci riporta ad attenzionare il nostro sguardo sull’elemento del martirio di Cristo: la croce. Nella chiesa Parrocchiale di Roccamorice è conservato un esemplare di notevole valore del crocifisso ascritto dagli studiosi, nella tipologia “gotico dolorosa” e che la tradizione riconduce all’Eremo Abbazia di Santo Spirito a Maiella. Prima di analizzare il nostro manufatto è doveroso un breve cenno a questo strumento di martirio. La parola croce deriva probabilmente dal sanscrito krugga che significa “bastone, pastorale”. I greci la chiamano “palo” e gli Ebrei “albero”, tutti questi nomi indicano la sua antica origine come supplizio alla quale i condannati venivano confitti o impalati.

Nell’iconografia cristiana delle origini, la croce è quasi inesistente. Se ne trovano pochissimi esempi in catacombe sotto forma di graffiti. La crocifissione, ai tempi delle persecuzioni dei cristiani era infatti considerata una delle pene più vili che potessero essere inflitte. Per questo motivo conserva un ruolo marginale, riservata solo a schiavi, ribelli stranieri, ladri, disertori, ai combattenti per la libertà in quanto considerati sovversivi, a quelli ritenuti nocivi alla polis. La pena capitale della crocifissione è usata per la prima volta presso i persiani, in seguito dai cartaginesi e da essi l’appresero i romani che la usarono con tutti i popoli conquistati. I condannati venivano prima preparati con la flagellazione, successivamente legati al patibulum (asse orizzontale della croce) e condotti, per essere umiliati, lungo le strade principali (via crucis). Una volta giunti sul luogo prescelto venivano confitti con chiodi al patibulum e issati al palo (stipes) già posizionato nel luogo prescelto.

La croce è divenuta, successivamente, il simbolo cristiano più diffuso e riconoscibile, mentre nell’arte dei primi secoli sono riscontrabili unicamente simboli desunti dalla cultura classica o criptici: tra questi l’agnello, il cristogramma ichthýs (pesce) e l’ancora, che venivano utilizzati come decori ma anche tra i cristiani per individuarsi restando nell’anonimato. Secondo alcune fonti una delle prime rappresentazioni della croce avvenne ad opera di un pagano per schernire un cristiano tra il I e III secolo, il riferimento al cristianesimo si dedurrebbe dalla testa d’asino posta sul capo di Cristo; una forma di denigrazione nota da alcune fonti scritte. Ma è solo con Costantino il Grande che la raffigurazione della croce inizia a diffondersi in Occidente, attraverso l’editto nel 313 (editto di Milano). Egli intervenne a trasfigurare profondamente il volto storico del cristianesimo con tre sostanziali “immagini” inedite: esaltazione della Croce (signum salutis), glorificazione del Martiryum e fondazione della basilica cristiana. Con Costantino si diffondono immagini della “cruxs commisa” o patibulata, poi della croce latina detta anche “crux immissa” ed anche della croce greca. 

Nel V secolo, iniziano a diffondersi non soltanto le rappresentazioni della croce, ma la crocifissione nella sua interezza. La dottrina patristico-ecclesiastica della doppia natura di Cristo (Divina – umana), consolidatasi nei grandi concili ed espressa nella letteratura, nella mistica e nell’arte, ha fornito il quadro d’insieme per l’illustrazione della morte sulla croce come tema centrale dell’arte medievale. In particolare è rappresentata la vittoria di Cristo crocifisso sulla morte, la sua apoteosi sulla croce, la croce come segno di trionfo e di parusía. Cristo è quindi in posizione frontale con la testa eretta e gli occhi aperti, perizoma a fascia e con i quattro chiodi a trafiggergli gli arti, vivo e ritratto come trionfatore sulla morte (Christus triumphans). 

A partire dal tardo romanico, inizia a manifestarsi una inversione di tendenza, con la manifestazione della sofferenza di Cristo sulla croce: gli occhi sono chiusi e sul corpo sono evidenti i segni della morte (Christus phatiens), una tipologia di rappresentazione già nota nella cultura bizantina e giunta in Occidente attraverso i contatti con la cultura orientale. Sul finire del sec. XII e agli albori del XIII, nel momento di passaggio tra l’età tardoromanica e il primo Gotico, i crocifissi cominciano a mostrare, soprattutto Oltralpe, la sofferenza di Cristo in misura crescente. Con una umanizzazione gotica che si impose nel XIV sec. la corona di spine sul capo di Cristo crocifisso compare sempre più spesso a partire dal 1200, anche se continuano a essere essenziali i motivi trionfali. 

In questo periodo in Germania cominciano a prendere vita nuove figure plastiche devozionali come la Pietà, il gruppo di Cristo e Giovanni ed il Crocifisso a ipsilon; in Italia le opere meravigliose di Nicola e Giovanni Pisano e Giotto: già nel 1260 il pulpito di Nicola nel battistero di Pisa mostra Cristo morto, crocifisso con tre chiodi, con grande sofferenza. Tale tipologia, venne sviluppata in seguito da Giovanni Pisano nelle sue opere lignee. 

Nasce il crocifisso gotico doloroso

È comunque la Germania il paese nel quale iconograficamente dobbiamo collocare la nascita del “Crocifisso gotico doloroso” qui realizzato con la croce a forma di ipsilon dalla quale sporgono i rami recisi dissimili nella forma dagli esemplari italiani. Il crocifisso ad ipsilon si diffonde anche in Italia assimilando tratti che non provengono da un’unica fonte ma che generano dal fermento culturale, artistico e sociale dell’epoca. Anche la cattedrale di Chartes fornisce con le sue opere un importante contributo, favorendo nella prima metà del XIII sec. il passaggio dalla tipologia romanica a quella gotica: non più gambe parallele ma sovrapposte e perizomi irregolari che mostrano un ginocchio. Questo stile che possiamo definire classico-gotico andrà diffondendosi in tutta Europa. Ma il pieno raggiungimento del “crocifisso gotico doloroso”, avverrà gradualmente. Intorno al 1300 nasce Oltralpe il crocifisso detto della peste o a forcella: Cristo appare con il corpo e il volto orrendamente deformati, coperto da piaghe e bubboni con spasmi fisici estremamente evidenti, scarnificazione delle braccia, accentuazione dell’arcata epigastrica e cedimento del corpo sotto il peso della morte. Ogni paese ha espresso in modo del tutto personale queste caratteristiche generando modelli iconografici unici e ben distinguibili tra loro, ma non privi di contaminazioni. La compagine culturale tra medioevo e rinascimento che appieno travolge l’Italia, produce una vivace risposta alla tipologia da noi considerata e soprattutto nell’Italia centrale. Anche le maestranze locali abruzzesi non sono rimaste indifferenti dinanzi agli elementi prodotti dal superamento del mondo antico ed hanno accolto, filtrando con un linguaggio proprio, le novità introdotte da tale superamento. 

Il crocifisso della chiesa di Roccamorice

Il crocifisso conservato nella chiesa parrocchiale di San Donato di Roccamorice è annoverato tra gli esemplari italo-tedeschi diffusi in Italia tra la fine del XIII e l’Inizio del XIV sec. È considerato che questo manufatto provenga dall’Eremo Abbazia di Santo Spirito a Maiella, secondo la tradizione dinanzi all’opera il monaco Pietro Angelerio da Morrone, futuro Pontefice Celestino V, era solito ritirarsi in preghiera. Dopo la ricostruzione dell’intero complesso abbaziale avvenuta ad opera del monaco Pietro Santucci da Manfredonia, che si adoperò per ripristinare anche le celle più antiche occupate da Pietro da Morrone, e fino alle soppressioni napoleoniche di molti ordini monastici del 1807, non abbiamo più notizie del crocifisso. Ma grazie alla lungimiranza dell’allora parroco di Roccamorice, Carmine de Angelis, sappiamo che l’opera fu salvata dagli atti predatori e condotta nella Parrocchiale di Roccamorice ove è tutt’ora collocata. Il nostro esemplare ha subito un recente intervento di restauro volto non solo a restituirgli la coloritura originale ma anche un adeguato alloggiamento sopra all’altare maggiore. 

Forti sono le analogie con gli esemplari della stessa tipologia di origine tedesca: l’atteggiamento del corpo è volto ad una rappresentazione del dolore tangibile del Cristo, partendo dalle braccia irrigidite, passando per il collo, il torace e la flessione delle gambe. Anche se nel nostro esemplare non troviamo la ipica (disposizione ad ipsilon delle braccia), riscontriamo comunque elementi utili per poterlo accostare ai manufatti tedeschi.

Pietro Santucci da Manfredonia, una figura da riscoprire

Sepoltura di Pietro Santucci da Manfredonia – Eremo di Santo Spirito a Maiella

L’Abbazia di Santo Spirito a Majella è da sempre legata alla figura di Pietro da Morrone, colui che nel 1294 diventerà Papa Celestino V. Fu lui a edificare la chiesa al suo arrivo, intorno al 1246, e a fondare, proprio in questo luogo, la confraternita dei monaci celestini. In pochi sanno però che la storia di Santo Spirito è legata anche ad un altro illustre personaggio, i cui resti sono ancora oggi conservati negli ambienti della sacrestia: si tratta di Pietro Santucci da Manfredonia. Diversi secoli dopo il soggiorno di Pietro da Morrone, precisamente nel 1586, quando ormai la chiesetta si ergeva, incastonata tra le rocce della Majella, decadente e occupata dai pastori, il giovane Santucci arrivò in quell’aspro luogo con l’intento di ridare splendore al monastero. 

Audio da “Il canto dell’Allodola”, letture tratte dalle Memorie Artistiche e Istoriche di Santo Spirito a Majella di V. Zecca. Voce di Mario Massari

Una scelta di sacrificio e dedizione

Gli inizi non furono semplici. Iniziò allontanando i pastori dalla chiesetta; si nutriva di erbe e di acqua delle fonti; dormiva sulla nuda terra e passava la maggior parte del tempo pregando. Camminava molto, anche tra le nevi, predicando. La sua fama crebbe, ma la fatica cui imponeva la sua vita lo debilitò fin quasi ad ucciderlo. Solo grazie all’aiuto di un amico di Roccamorice riuscì a ritrovare le forze e portare a termine i progetti di riedificazione del Monastero.  il Santucci era alto, robusto e di bell’aspetto, nonché caritatevole, secondo la descrizione data dal Telera. Studiava le dottrine teologiche, era dedito al disegno e alla scultura: adornò la chiesa di Santo Spirito con statue di stucco fatte da lui; si dilettava nel suonare i cembali, gli organi e nel canto. Si appassionò all’architettura, grazie alla quale riuscì a rendere sicuro il monastero da piogge e nevi, creando per l’inverno dei raccoglitori d’acqua ad uso del cenobio. Fornì Santo Spirito di tutte le cose necessarie. Collocò anche un crocifisso, a grandezza naturale, nella sua cella, quella che fu di S. Pietro Celestino. A questo punto mancava a suo avviso qualche reliquia di un Santo. L’11 aprile 1591 si recò nella chiesa di S. Stefano di Vallebona, nei pressi di Manoppello, abbandonata e senza tetto, dove si conservava il corpo di S. Stefano detto del Lupo, lì prelevò le reliquie del santo e di notte le portò al monastero della Maiella. Nel 1616 Pietro Santucci ricevette da Papa Paolo V il titolo di Abate, grazie ai meriti riconosciuti. Nell’anno 1617, mentre era a Chieti, al passaggio della Santissima Eucarestia, che un sacerdote conduceva per un infermo, Il Santucci cadde a terra con immensa devozione, lasciandosi rapire dalla grazia di Dio, avvertendo dei mancamenti. Da allora ogni volta che si trovava in presenza dell’Eucarestia, pativa svenimenti, rapimenti di cuore, estasi e quasi agonia, respirando affannosamente. Questi fatti divenuti pubblici, aumentarono la devozione del popolo nei suoi confronti. 

Gli esorcismi

Il Santucci deve la sua fama anche alla lotta contro il demonio. Nel 1593, il Giovedì Santo, il Padre effettuò un doppio esorcismo nella camera di S. Pietro Celestino. Una donna era posseduta da un demone di nome Maccone, il quale dopo il rito e dopo esser stato cacciato dal corpo della signora, entrò a possedere l’eremita, assistente dell’abate. Al momento della possessione, i capelli dell’uomo si drizzarono e i presenti fuggirono. Ma non Santucci che riuscì a liberare anche lui. Nel corso del tempo, altre persone furono liberate. Nel 1619, avvenne la liberazione della signora Speranza di Moiano, dopo circa 11 anni di possessione. Nel 1620, una donna di Atri, di nome Polisena, fu portata nel monastero e, mentre si avvicinavano al luogo sacro, una tempesta di pioggia e saette si abbatté sulla Maiella e sul cenobio. Il Santucci capì che era opera dei demoni. Prese la croce e iniziò una preghiera di liberazione, poiché aveva anche la virtù di cacciare i demoni dai luoghi. Nel frattempo giunsero le persone con la signora ossessa e dopo aver verificato il collegamento, l’abate si dedicò a esorcizzare la donna. Al termine del rito, anche la tempesta cessò. Tempo dopo, alla morte del marito, la donna si fece monaca. Il Santucci, essendo molto devoto di S. Maria Maddalena, nel 1624, edificò una cappella sopra la Chiesa di S. Spirito, dove fu liberato un uomo che, nell’agitazione, bestemmiò quella Santa chiamandola “publica meretrice”. Prima di essere cacciato, lo spirito sollevò il posseduto facendogli battere la testa contro il soffitto e lasciandolo cadere a terra.  Nel 1630, due sorelle e un uomo, marito di una di esse, provenienti da Pianella, entrarono nella chiesa, ballarono e vociferarono. L’abate, accortosi del frastuono, gli andò incontro e gli toccò liberandoli dagli spiriti, ma causando la fuoriuscita di due ossa dalla bocca dell’uomo. Queste sono solo alcune delle molte testimonianze di battaglie intercorse tra Pietro Santucci e il Maligno. Spesso l’Abate affermava che non sempre vi erano segni diabolici in coloro che chiedevano di essere liberati e che a volte le persone “si fingono tali per mal fine”. per i riti si avvaleva di una piccola croce in legno e una stola. Il Santissimo Sacramento, invece, veniva impiegato per liberare gli ossessi quando gli spiriti erano più resistenti. Spesso bastava portare i posseduti davanti all’immagine di Maria Vergine e al Santissimo Crocifisso per ottenerne la liberazione. 

Audio da “Il canto dell’Allodola”, letture tratte dalle Memorie Artistiche e Istoriche di Santo Spirito a Majella di V. Zecca. Voce di Mario Massari

I miracoli 

Pietro Santucci è ricordato anche per numerosi miracoli di guarigione. nel 1628, il cardinale Scipione Borghese, affetto da febbre acuta chiese al Santucci di raggiungerlo a Roma. Nel momento in cui i due si abbracciarono, la febbre scomparve, con meraviglia di tutta la corte. L’abate vi restò alcuni giorni e, dopo aver dato dei consigli spirituali, partì, con un dono di 200 scudi fatto dal cardinale per il Monastero. Un altro prodigio riguarda un cavaliere inglese che, divenuto cattolico, fece di tutto per conoscere Pietro e, dopo aver soddisfatto la sua curiosità, partì. Ma un forte dolore alla coscia non gli permise di stare in piedi, né seduto né a letto. Così ritornò al monastero, dove l’abate unse la parte dolorosa con l’olio di S. Cipriano e poi lo benedisse con la croce. Subito dopo il cavaliere manifestò di non sentire più alcun dolore. 

Ed ancora, la duchessa Di Tommaso, caduta per circa 60 metri da un dirupo, fu portata dal monaco celestino, che si prodigò nella preghiera davanti all’altare della Beata Vergine, facendole riacquistare i sensi, grazie all’intercessione di due figure celesti. 

La morte

Audio da “Il canto dell’Allodola”, letture tratte dalle Memorie Artistiche e Istoriche di Santo Spirito a Majella di V. Zecca. Voce di Mario Massari

Negli ultimi anni, a causa della sua infermità, non poteva più effettuare gli esorcismi (che venivano eseguiti dai suoi discepoli), ciò nonostante, la gente lo invocava sempre affinché ponesse la propria mano sulla loro testa per la benedizione. Avendo dimorato 55 anni nell’eremo della Maiella, fù da tutti chiamato Pietro della Maiella, e non Santucci o Pietro da Manfredonia. Il primo febbraio 1641 morì a Santo Spirito circondato dai suoi discepoli e confratelli. Il suo corpo, dopo il funerale, fu seppellito in una tomba preparata dallo stesso Santucci e collocata dietro l’altare maggiore, ancora visibile. L’epitaffio in latino fu composto dall’abate Celestino Telera, tradotto dall’arcivescovo, Pasquale Gagliardi, così come segue: “D. Pietro Santucci di Siponto, primo Abbate di questo sacro cenobio avendo illustrato il suo edificio con la Città, insigne per sante virtù e per ragioni di guarigioni d’infermità, specialmente nei casi violenti, dorme sotto questa lapide, donde dovrà resuscitare. Morì il 1° febbraio 1641, dell’età sua 79”

Stagione 2020: La nostra recensione.

Frechete…  n’ha passat de gend eh!!!!

Scusate la scelta terminologica prettamente locale, ma mi appresto a raccontare come si è svolta la stagione 2020 appena conclusa all’eremo di Santo Spirito a Majella, e l’espressione spontanea pronunciata dal mio collega nella stanza accanto mentre inserisce nel pc le valutazioni lasciate dagli utenti durante l’estate, mi è sembrata la più esplicativa. In effetti sono giorni ormai che inserisce quei dati.

Eppure la partenza non prometteva così bene. Eh si! Perchè quest’anno non bastavano quei piccoli ostacoli, contrattempi, difficoltà… (insomma chiamateli come vi pare tanto ci stanno bene tutti), che ogni anno ci portiamo dietro… NO! Ci voleva anche una pandemia a rendere più instabile la situazione.

All’apertura, segnata da un leggero ritardo, il sentimento generale era di grande incertezza. Spinti da una buona dose di preoccupazione e con in tasca più domande che risposte, abbiamo lavorato duramente nelle settimane precedenti per garantire la fruizione in sicurezza della struttura. I plexiglass erano stati montati, le bande per il distanziamento interpersonale fissate a terra, i gel igienizzanti posizionati, il percorso a senso unico creato. Abbiamo quindi riaperto i cancelli di Santo Spirito pronti ad accogliere tutto ciò che doveva arrivare.

E in effetti è arrivato proprio di tutto!

Il timore di viaggiare all’estero, i posti limitati in spiaggia e il bisogno di stare all’aria aperta dopo il periodo di lockdown, hanno portato a un boom di turisti verso la montagna, generalmente trascurata dalle masse. Gruppi di persone, piu o meno grandi, più o meno ordinati, più o meno provvisti di mascherina, sono passati a trovarci e non sempre il confronto con loro è stato semplice.

Eppure nonostante le non poche difficoltà affrontate e le incertezze dovute in particolare al bizzarro periodo che tutti stiamo vivendo, oggi, a stagione conclusa, siamo qui, sempre all’eremo di Santo Spirito, sotto un cielo autunnale, circondati da una distesa di alberi rossi e gialli, a ringraziare ognuno di voi.

E non solo per quello sguardo di compiacimento che abbiamo visto sui vostri volti a fine visita, per i complimenti che spesso sono arrivati in riferimento alla nostra gestione e ai miglioramenti della struttura rispetto agli anni scorsi; per le molte recensioni positive sui servizi guidati, per i ringraziamenti che avete fatto voi a noi che con passione cerchiamo di custodire al meglio questo luogo. Il nostro grazie va anche a chi si è confrontato con noi, dandoci suggerimenti, muovendo critiche, perchè da queste tanti nuovi ragionamenti, discussioni e aspetti della nostra gestione sono stati gettati sul tavolo pronti ad essere presi in mano in vista dell’anno prossimo. L’augurio per la stagione 2021 e allora quello di rivederci, tornare a percorrere insieme a voi l’eremo, rivelarvi gli ambienti oggetto di un restauro che sta interessando in questo periodo la struttura o semplicemente scambiare due parole con voi mentre prendete un caffè… e speriamo, questa volta, di poterlo fare stando un pochino più vicini…